Nel caldo estivo nascono e maturano molti frutti selvatici, che tanto piacciono sia a chi ama fare marmellate e succhi, sia a chi ama andare a raccoglierli per i boschi. Parliamo ad esempio delle more di rovo, la cui pianta è conosciuta scientificamente con il nome di Rubus fruticosus, appartenente alla famiglia delle Rosaceae. La parola latina Rubus deriva da “Ruber” (da cui in italiano deriva il vocabolo “Rubino); “Ruber” veniva utilizzato dagli antichi Romani per descrivere il colore rosso intenso dei frutti in via di maturazione. Il termine fruticosus, invece, potremmo tradurlo con “fruttuoso”: esso, infatti, sta ad indicare la caratteristica vegetativa della pianta delle more di rovo, che ci dona numerosi e copiosi germogli fruttiferi.

Del dott. Francesco Giannetti

more di rovo

More di rovo: Rubus fruticosus

Il nome scientifico Rubus fruticosus raggruppa molte specie e sottospecie di more di rovo. I biologi ritengono che i luoghi di origine di questa pianta selvatica siano tutti i paesi dell’Europa con un clima temperato e freddo.

Ma sono state rinvenute piante di questa specie anche in Africa settentrionale, in India e in Messico. In Italia sono presenti su tutto il territorio, dal mare ai monti, fino ai 2.000 metri di altitudine.

È fuori ombra di dubbio che ognuno di noi, nel momento della raccolta, riviva la memoria di antiche e quotidiane tradizioni: un rituale magico che risveglia sensazioni recondite, facendo risplendere in un attimo le immagini assopite della nostra memoria cellulare di uomini.

Importanza ecologica

Le piante di more di rovo creano delle vere e proprie foreste in miniatura, proteggendo così un mondo invisibile.

I rovi di more, infatti, offrono rifugio, vitto e alloggio ad una moltitudine di insetti, microrganismi, uccelli, animali selvatici e addirittura ad altre specie di piante che vivono ai suoi margini.

La caratteristica comune a tutte le specie di rovo è quella di svilupparsi soprattutto in habitat difficili e di ricrescere nonostante drastiche e radicali potature. Questo elemento è ciò con cui il fiore della pianta di more di rovo comunica con gli altri esseri viventi.

Proprietà alimentari

Alla mora si attribuiscono proprietà rinfrescanti e blandamente lassative, particolarmente utili in pediatria purché si possano assumere così come si presentano in natura e a stomaco vuoto.

Se invece vengono consumate cotte, interagiscono con le proprietà enzimatiche del pancreas, rallentando la digestione e quindi la peristalsi intestinale.

Lo sciroppo di more di rovo viene utilizzato per problematiche alle vie respiratorie, come tosse, afonia, faringite, tonsillite e catarro bronchiale.

La tradizione fitoterapica, però, vuole che l’aspetto terapeutico sia affidato soprattutto alle foglie. Queste, infatti, sono ricche di sostanze tanniche, quali resina e pectina ed hanno proprietà astringenti, antidiarroiche, antinfiammatorie, tonico-diuretiche e depurative.

Molto utile il decotto di foglie, che può essere curativo per spasmi intestinali da alvo diarroico e al contempo sedare coliti, oltre che ridurre fino ad arrestare flussi emorragici in generale.

È inoltre terapeutico per la leucorrea nelle donne, nel reumatismo gottoso, per la diminuzione della quantità di urina.

Anticamente era usato anche per i rialzi febbrili da malaria, soprattutto nelle zone paludose italiane, come nel ferrarese.

Nei confronti di affezioni al cavo oro-faringeo, fra cui gengiviti, piorrea, stomatiti, glossiti, laringiti, tonsilliti, faringiti, si può utilizzarne un decotto.